Lino Capolicchio

Silvano 23/07/2009 Premio Citta’ di Trieste

Fra gli attori più rappresentativi del cinema italiano, Lino Capolicchio è stato uno dei protagonisti della stagione dello sperimentalismo e della militanza del cinema italiano degli anni Settanta. Significativamente rimasto rivolto ad un tipo di cinema da tempo scomparso e così lontano dal panorama attuale, sempre più modulato sullo schermo televisivo, Capolicchio ha limitato progressivamente nel tempo la propria attiva frequentazione del cinema.

Racconta di esser stato folgorato a dodici anni da una rappresentazione dell’Assassinio nella cattedrale di T.S. Eliot e di aver così deciso, giovanissimo e passando attraverso molti conflitti col padre, di andare a Roma e frequentare i corsi dell’Accademia d’Arte Drammatica. Gli esordi professionali si compiono nei primi anni Sessanta presso il Piccolo Teatro di Milano nella compagnia di Giorgio Strehler, che lo fa recitare in numerosi spettacoli.

Le prime esperienze su un set avvengono proprio grazie alla sua formazione teatrale nelle trasposizioni di due capolavori letterari quali Il conte di Montecristo girato per la Rai da Edmo Fenoglio e La bisbetica domata che Zeffirelli ha tratto da Shakespeare. In entrambi è poco più che una comparsa, e tuttavia la produzione cinematografica ha per lui una fascinazione tale da farlo restare sui set per tutta la durata delle riprese e, nella produzione di Zeffirelli, intrattenersi in lunghe conversazioni con Richard Burton. Il primo ruolo di rilevante visibilità lo ottiene nell’esordio alla regia di Roberto Faenza, Escalation, una cinica tragicommedia su rivoluzione e conformismo della borghesia italiana, girata nel pieno della contestazione sessantottina. È un periodo in cui il cinema tenta di far emergere i pensieri latenti della mentalità italiana nelle abitudini sessuali come politiche, e Capolicchio si trova così ad essere protagonista di pellicole divenute leggendarie come Metti una sera a cena di Giuseppe Patroni Griffi, Il giovane normale di Dino Risi oppure l’ultimo film di Giuseppe De Santis Un apprezzato professionista di sicuro avvenire. Unica importante parentesi all’interno di un corpus di film girati nei primi anni Settanta che trattano principalmente di frustrazioni legate all’eros in modi più o meno leggeri, è il film premio Oscar di Vittorio De Sica Il giardino dei Finzi Contini, grazie al quale acquisisce anche una discreta visibilità internazionale con un ruolo “letterario” più simile a quelli degli esordi.

Dopo aver lavorato anche con Carlo Lizzani nel film che racconta gli ultimi giorni di Mussolini in Mussolini: ultimo atto, si addentra nel territorio dei film cosiddetti “di genere“, anche se sempre attento a privilegiare un rapporto con gli autori. Dopo il poliziottesco pulp con Lee J. Cobb La legge violenta della squadra anticrimine, scopre una prolifica collaborazione con Pupi Avati, a cominciare dal suo primo horror girato nella provincia bassa padana La casa dalle finestre che ridono. Con il regista bolognese lavora infatti subito dopo in Le strelle nel fosso e nelle serie televisive Jazz Band e Cinema!!!, e continuerà a recitare anche nei decenni successivi (Noi Tre, Ultimo minuto, Fratelli e sorelle). Tuttavia, ad eccezione delle interpretazioni per Avati e della voce prestata a Bo Duke nel telefilm Hazzard, dagli anni Ottanta lavora sempre più limitatamente per cinema e televisione, dedicandosi esclusivamente al teatro e all’insegnamento dell’arte drammatica alle nuove generazioni. Le sue sporadiche apparizioni collimano con un lavoro per autori riconosciuti (i fratelli Taviani in Fiorile; Peter Del Monte in Compagna di viaggio; Renzo Martinelli in Porzus) oppure, negli anni dopo il 2000, in fiction di forte impegno civile (Un delitto impossibile, Il sequestro Soffiantini, Al di là delle frontiere). In questo lungo periodo di limitata esposizione si è dedicato anche alla regia cinematografica con due opere dal sapore nostalgico e assolutamente anticonvenzionale per il panorama italiano attuale: nel 1995 il docudrama Pugili, da noi pressoché invisibile eppure vincitore di alcuni premi nelle competizioni internazionali, e nel 2002 Il diario di Matilde Manzoni, drammatizzazione della figura della figlia del celebre scrittore milanese, descritto come una persona disumana e assente, e dove, per questo, si sono riconosciute delle traslazioni autobiografiche.

(fonte mymovies.it)

Ne Il treno per Ostia Lido, il maestro Capolicchio interpreta il racconto che dà nome all’intera raccolta!
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